A scuola faccio la brava!

Mia madre è pazza!

Se crede davvero che, per questa sua bravata, la passerà liscia, sbaglia di grosso!
Cerco di andare con ordine e raccontarvi la mia strana settimana.
Lunedì ci siamo vestite con più fretta del solito, mio fratello era euforico, Ulisse ci guardava allucinato cercando di capire il perché di tanta agitazione. Me lo sono chiesta anch’io, ma, quando ho visto la divisa della scuola, ho capito.

Erano finite le vacanze estive, si tornava alla normalità: Lele a scuola, io a casa o in giro con mamma.

Mi sono messa tranquilla nel mio box a giocare, tutta pulita e profumata. Papà non era andato a lavoro e non vedevo l’ora di passare una bellissima giornata con lui. Già mi immaginavo a terra a gattonare, ridere e farmi sbaciucchiare.

Che illusa!

Ci hanno fatto mettere vicini e ci hanno scattato una foto. Continuavo a non capire cosa stesse succedendo. Gabriele che rientrava all’asilo non mi sembrava questa grande festa, ma ho fatto buon viso a cattivo gioco e mi sono lasciata fotografare. Quando lo abbiamo portato non era molto convinto, ma, alla fine, è entrato in classe distratto da non so che.

Il fatto strano è accaduto poi.

Invece di portarmi a casa, abbiamo raggiunto l’altro cancello, quello che ho scoperto in seguito essere la scuola dei piccoli, per tutti voi meglio conosciuto come Asilo Nido.

Ci state arrivando? Sì, l’ha fatto davvero.

Mi ha mollata lì.

Ora, devo dire che il posto non mi dispiace affatto. Le maestre sono carine, i giochi divertenti, le canzoncine accettabili, i compagni un po’ troppo piagnucolosi, ma non si può avere tutto no?!
Il primo giorno sono stata poco, mamma a papà erano con me mentre giocavo. Mi sono distratta un attimo, una frazione di secondo e non c’erano più.

Chi se ne importa, mi sono detta. Per mesi li ho visti fare avanti e indietro per portare e riprendere Lele, torneranno anche per me. E comunque, papà di sicuro non mi abbandonerebbe mai.

Ho continuato a giocare e il tempo è passato velocemente, anche troppo, devo dire.
Il giorno seguente si è ripresentata la stessa scena, con una variante: Gabriele è venuto con me.

Sono venuto ad accompagnare mia sorella, diceva mentre tutte le maestre lo salutavano. Quel posto lo conosce come le sue tasche e per un attimo mi sono sentita davvero importante ad essere sua sorella. Sembrava una star del cinema.

Lele: «Puoi dirlo forte.»

Ali: «Fammi continuare.»

Mi stava accompagnando, dicevamo. Ma, accompagnare dove? E per fare che? La risposta alle mie domande non ha tardato ad arrivare. Stavolta mamma non è neanche entrata, papà è andato a lavoro come al solito e io mi sono ritrovata in quella stanzetta fatta di tappeti, giochi e palline, di nuovo. Il tempo è stato più lungo, ho fatto anche un sonnellino giusto per testare il lettino. Poi è venuta a prendermi, proprio nel momento in cui ci stavano per mettere a tavola, il tempismo perfetto di mia madre. Quella pappa aveva un odorino delizioso, l’avrei assaggiata volentieri, invece, mi sono beccata il brodino di casa. Per carità, mica lo rifiuto, anzi, ma un’esperienza diversa l’avrei provata volentieri. Non ho dovuto aspettare tantissimo, il giorno dopo ho pranzato con le mie maestre. Mi guardavano sorridendo e non capivo perché.

Sto mangiando, che c’è che vi fa così tanto ridere?

Lele: «Hanno mandato una foto a mamma.»
Ali: «Che foto?»
Lele: «Di te che mangiavi. Dicevano che eri uno spettacolo.»
Ali: «Modestamente.»
Lele: «Guarda che l’hanno detto anche di me. Non sei tu, sono gli altri che non mangiano.»
Ali: «Ah.»

In effetti devo ammettere che i miei compagni di avventura non sono affatto famelici come me. Il loro problema è che perdono un sacco di tempo a frignare. A uno manca la mamma, a un’altra casa, a chi il papà, a chi la nonna e non vivono bene la giornata. Io, invece, so che, prima o poi, qualcuno verrà a prendermi, tanto vale divertirsi, sorridere e mangiare. Godersi la vita, insomma!
Non ho idea dell’orario previsto per la mia uscita e, siccome quel giorno ero particolarmente stanca, mi sono appisolata. Ė stato un sonno lungo, devo essere sincera.

Lele: «Direi. Mamma era passata all’una a prenderti, ma è tornata a casa.»
Ali: «Ben le sta!»
Lele: «Perché? Ti piace la scuola.»
Ali: «Certo che mi piace, ma ha forse chiesto il mio parere prima di mandarmi?»

Ecco il nocciolo della questione. Io all’asilo ci vado e sono pure tranquilla. Non faccio un lamento, sono socievole, mangio tutto e dormo tranquilla, ma a casa NO! La deve pagare. Voglio essere consultata quando si prendono decisioni che riguardano la mia vita, se la lascio libera deciderà lo sport che dovrò fare, gli studi che dovrò intraprendere e chissà cos’altro. Mi dispiace, non posso permetterlo. Piangere e farla chiamare non avrebbe alcun senso, meglio a scuola che a casa, ci sono più giochi e sono tutti alle mie dipendenze. Mi sento quasi una regina con le cortigiane. Ho dovuto escogitare una punizione più subdola. Che si godesse anche la mattinata tranquilla senza di noi, non appena metterò piede in casa le farò capire chi comanda. IO!
Cara mammetta, a scuola faccio la brava, ma, con te, è tutta un’altra storia. Nessuno, neanche tu, può decidere per me. Del resto, non mi hai sussurrato per nove mesi che dovrò essere una donna forte e indipendente?!

Eccomi!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *