Diario di una “vacanza”

 Crack!

L’ho avvertito chiaramente.

Come sempre, ho sentito papà alzarsi dal letto per andare a lavoro e ho iniziato i miei esercizi mattutini. Quattro zampe, corpo in avanti, spinta all’indietro, seduta per qualche minuto, poi, pancia in giù e ricominciare. Il braccio non deve aver retto bene il peso del mio corpo (9 kg di bontà), perchè ho sentito un rumore strano provenire da dentro di me.

Crack!

Si, esattamente così.

Ovviamente, dolore e pianto. Vorrei vedere voi al posto mio. Già credo di essere abbastanza resistente nel sopportare i vari spupazzamenti di amici e parenti in silenzio, questo era troppo. Mamma mi ha subito presa dal lettino e messo in bocca il biberon pieno di latte. Che dire?! Il latte non si rifiuta mai, per cui, mi sono dimenticata del male, ho mangiato e mi sono rimessa a dormire, come al solito.

Tutto regolare fin qui, se non fosse che quando mi sono svegliata ogni minimo movimento del braccio mi spediva schegge di dolore in tutto il corpo. Ho pianto parecchio sperando che lei capisse il perché. Macchè, figuriamoci. Ora mi cullava, ora mi metteva nel girello, poi nel passeggino. Alla fine mi sono arresa. Ho dovuto.

Basta mamma, hai vinto tu.

Me ne sono rimasta buona buona con il braccio immobile, cercando di passare inosservata.

Perchè non hai continuato a farti sentire?

Bella domanda! La risposta è molto semplice. Mi ha presa in contropiede. Ha pronunciato LA parola, quella che non voglio più sentire nominare, che vi svelerò ora e non dirò mai più: ospedale!

Shhh…mi da i brividi solo a pensarci. Ci sono già stata in quel posto, una settimana nel mio primo mese, un’altra nel secondo, poi varie volte, così, per precauzione. Non mi ci rinchiuderanno mai più lì dentro.

Tanto a che mi serve questo braccio? Posso farne benissimo a meno e rimanere così per tutta la vita.

Lele: «No che non puoi. Dobbiamo andare in Puglia.»

Già, dimenticavo. La Puglia. Questa parola mi perseguita da giorni. Che sarà mai questa Puglia non l’ho mica capito ancora. Che cosa dovrebbe mai esserci lì di così straordinario da farli emozionare tanto.

La nostra prima vacanza tutti e quattro. 

Mentre lo dicono io mi chiedo: ma non stiamo bene qui? Tutti e quattro! Poi, Ulisse, il mio cane, dov’è? Da due giorni non so chi rincorrere con il girello. Mi sembra di aver capito che è andato in vacanza dai nonni. Il solito fortunato. Perchè lui va da nonna e a me tocca la Puglia? Qualunque cosa sia, io non la voglio conoscere.

Lele: «Ė un posto lontano con il mare bello.»

Ali: «Non mi va di venire. Non mi piacciono i cambiamenti, mi destabilizzano. Che problemi ha il mare dove andiamo di solito?»

Lele: «Non lo so, ma dicono che lì ci divertiremo di più.»

Ali: «Che ne sanno loro? No, no, io non vengo.»

Lele: «Ahahah ma non decidi tu, piccoletta.»

 

Ah no?! Non decido io? Beh, questo lo vedremo.

Quando è arrivato papà hanno deciso di portarmi in quel brutto postaccio. Lui si è accorto subito che non muovevo il braccio. Mamma a volte ha talmente tante cose da fare da non notare alcuni piccoli dettagli, paparino, invece, non lo freghi. Mi ha guardata un po’ e poi è andato da mamma.

Ma non vedi che non lo muove?  Portiamola al…

Lì. Avete capito, no?!

Immaginate la scena. Bagagli a terra, giochi, vestiti, borsa frigo, cibo. Si è ricordata tutto. L’ho seguita con lo sguardo, perchè, non si sa mai, ogni tanto dimentica qualcosa di essenziale per me, tipo il mio gioco preferito del momento o il body che mi piace tanto. Stavolta no, ha preso tutto. Ci tiene proprio a partire. Gabriele carico con tablet, cappello e un sorriso enorme sulla faccia. Tutti pronti per la vacanza e invece…

Mi hanno ricevuta subito, capirai, sono di casa in quell’albergaccio, tra febbre e bronchioliti ci ho quasi preso la residenza questo inverno. La dottoressa ha fatto mille smorfie, ma, no, no, no, non mi incanti bella mia, li conosco i vostri trucchetti. Fate tutte queste boccacce, le parole strane, i versetti scemi e poi….AHHHRGHHH….ma sei matta?? Però, aspetta un attimo. Non sento più dolore, non fa più male e anzi, piano piano, se mi faccio coraggio, riesco anche a muoverlo. Mi sta porgendo un telecomando, come faccio a rifiutare questo palese invito a metterlo in bocca? Nonostante la paura, non ce la faccio a controllarmi, muovo il braccio e lo afferro. Con un gesto deciso me lo avvicino alle labbra e lei subito me lo leva.

Cattivi!

Siete tutti cattivi in questo posto!

Però, almeno, ho di nuovo il mio braccino.

Le ho fatto la manovra per rimettere dentro l’ossicino del gomito, se l’era lussato. Capita nei bambini piccoli. Se ha un fratello sarà stato sicuramente lui.

Lele: «Davvero hanno dato la colpa a me? Lo sai che non è andata così, perchè non hai detto niente?»

Ali: «Ci ho provato, ma non capiscono quando parlo.»

Lele: «Si, certo, come no. Ti fai capire benissimo solo quando vuoi tu!»

Ali: «Touchè»

Lele: «Che?»

Ali: «Lascia stare, imparerai.»

Così, senza più scuse, gomito al proprio posto, bagagli in macchina, radio accesa, siamo partiti per questo viaggio lunghissimo, destinazione Puglia.  Per me, l’inferno.

Orari sballati, sabbia ovunque, sole bollente, lettino da campeggio, cibo in spiaggia sempre un po’ tiepidino. Mare bello, però, devo ammetterlo.

Ah, ma non ho dimenticato.

Io qui non ci volevo venire e, visto che mi ci hanno trascinata, mi sono fatta sentire. Eccome, se mi sono fatta sentire.

Immaginate un’allarme incastrato che ripete lo stesso suono all’infinito senza poter essere disinstallato. Eccomi qua. Un lamento continuo. Tranne che nell’acqua, lì sto bene, sempre, non importa che sia Nettuno, Porto Cesareo, la piscina o la vasca da bagno. Quello è il mio ambiente, abbandonatemi in quel liquido fresco e forse, se fate i bravi, vi regalerò attimi di pace e serenità.

Mamma e papà erano esausti. Anche Gabriele, devo dire, ci ha messo del suo. Ha rotto la chiave della serratura, si è fatto venire un’influenza intestinale, aveva sempre fame, sete, mal di pancia, pipì, sonno, noia. Un mito insomma. In quei pochi attimi in cui io riprendevo fiato, subentrava lui. Come si fa a non amarlo.

Dopo cinque giorni, fra pianti, risate e urla, siamo risaliti in macchina per tornare a casa. Ero felice, certo, ma, che volete, ormai dovevo mantenere il punto e continuare la mia nenia.

Bella carica mi hanno messo nel girello e, finalmente libera di andarmene dove volevo dentro casa mia, ho sentito mamma dire a papà.

Che vacanza. Ci hanno fatto impazzire, però sono ricordi anche questi. Alla fine, dai, siamo stati bene.

In fondo, ma in fondo in fondo, anche io ti voglio bene mammina, solo…non provare mai più a spostare le mie abitudini! Chiaro?!

 

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