L’amore all’improvviso

Non ti ho amata da subito, perché non pensavo che un amore si potesse moltiplicare.

 

Quando ho saputo che eri dentro di me non ci credevo. Non era possibile, non era preventivato, non era il momento giusto. Ma c’eri e ti facevi sentire attraverso le nausee, i mal di schiena e tutti, ma proprio tutti, i sintomi di una gravidanza in atto.

Avevo paura, quello sì!

Paura di perderti così come ti eri intrufolata, in silenzio, senza che io potessi fare nulla. Paura dei problemi che avresti potuto avere, ma che per fortuna non hai. Paura di conoscerti e non avere niente da darti.

Un figlio ti prosciuga le emozioni, ti infila in una centrifuga e spinge il tasto play, e quando ne vieni fuori sei un straccio spiegazzato senza più un goccio d’acqua. Ecco quello che ha fatto tuo fratello. Mi ha scaraventata in un vortice emozionale lasciandomi svuotata, senza più nient’altro da donare a nessun altro bambino che non fosse lui.

E a te che avresti chiesto attenzioni, premure, amore, io cosa avrei potuto dare?

Non ti ho amata quando sei nata.

Continuavo a stringerti, a ripetere quanto fossi bella ed era vero. Non esisteva niente in natura che fosse più perfetta di te.

Abbiamo passato la vigilia di Natale insieme, io e te, sole in quel letto di ospedale, aspettando che ci facessero uscire. Ė stato un momento magico e terrificante allo stesso tempo. Eravamo noi due, ma per essere complete avevamo bisogno degli altri due componenti che popolano la nostra famiglia. Eravamo felici e tristi allo stesso tempo. In quei due giorni, come una guida, mi hai mostrato su chi poter fare affidamento e su chi no. Mi hai illuminato annientando la mia ingenuità e lasciandomi spiazzata, confusa, amareggiata.

Sì, è stato davvero un momento magico, ma anche uno dei più difficili.

Non ti ho amata quando ti ho portata a casa.

Troppe cose da fare, troppe persone con cui parlare, troppe attenzioni per tuo fratello, troppe richieste da parte tua. Allattare, farti addormentare, vitamine, cordone, pannolini. Ad un tratto ero ricaduta in una routine che ormai avevo abbandonato e, seppure preparata mentalmente, mi sono accorta solo in quel momento che nessuno è mai pronto abbastanza all’invasione di un neonato.

Tu hai preso il mio mondo e l’hai stravolto senza chiedere il permesso. Hai messo fine alle mie notti, ai miei momenti di silenzio, ai miei schemi quotidiani. Perfino cenare era diventata un’attività sfiancante. Con una mano la forchetta, con l’altra te.

Non ti ho amata la prima volta che siamo andate all’ospedale.

Una settimana di flebo, tubicini, ossigeno e una brutta irritazione sulle guance che sopportavi in silenzio come una vera guerriera. Ho pianto senza farmi vedere da nessuno, soprattutto da te, nel vederti così. Tu, il mio piccolo esserino, soffrivi e io, impotente, non potevo fare altro se non starti vicino, giorno e notte. E sentirmi in colpa perché mentre ero lì con te, una parte del mio cuore voleva essere altrove. A casa, sul tappeto, a giocare con tuo fratello, a cui mancavo da impazzire e al quale non sapevo come spiegare che avrei desiderato solo sdoppiarmi, ma non ne sono capace.

Non ti ho amata al secondo giro di ospedale.

Per una febbre troppo alta ci hanno tenute una settimana. Niente tubi stavolta, per fortuna. Pochi prelievi, pochi pianti. Ma smaniavi per andare via e io con te. Nessun bambino dovrebbe stare in un ospedale, è un gesto contro natura. I bambini meritano di correre per i prati, di lanciarsi dagli scivoli, di dondolarsi sulle altalene. Quello non era il nostro posto e lo sapevamo tutt’e due. Ma l’ansia, la preoccupazione, la paura, sono sentimenti che non si possono controllare e io ne ero sopraffatta.

Altre tre bronchioliti nei mesi seguenti. Ormai ci eravamo infilate in un tunnel di antibiotici e cortisone dal quale era impossibile uscire. Ho scoperto il tuo carattere forte e deciso già a pochi mesi e ne sono rimasta incantata. Tu sei tutto quello che io non sono. Sei una combattente, una che non si arrende, sei una tipa tosta. E mi fai paura, perché so che non riuscirò a tenerti testa.

Sopraffatta da te, dalle tue continue richieste di attenzione da parte mia, dalle tue imposizioni, mi sono sentita una pessima madre, perché io proprio non riuscivo ad amarti come avrei dovuto.

Tuo fratello era stato cercato, voluto e amato fin da subito. Tu sei arrivata come la pioggia in una giornata serena. Hai spiazzato tutti, ma non ti sei arresa e piano piano ti sei presa il tuo posto.

Ė accaduto un giorno qualunque.

La bufera delle malattie era passata, l’estate aveva portato sollievo e finalmente avevamo trovato un ritmo. O meglio, tu avevi dettato il tuo ritmo, al quale io mi sono dovuta adeguare, senza se e senza ma. Non è facile importi delle regole, tu sei una di quelle persone alle quali è impossibile dire di no, una di quelle che ti prende per sfinimento.

Ero venuta a controllare se dormivi, ma, come sempre, alla sola percezione della mia presenza in camera, hai aperto i tuoi occhietti e mi hai sorriso.

Ecco, è stato in quel momento, quando hai spalancato la tua bocca sdentata arriciando il naso e facendo ridere gli occhi, che mi sono perdutamente e irremediabilmente innamorata di te. Ė stato in quell’istante esatto che, all’improvviso, ho capito quanto l’amore per un figlio possa essere sconfinato. E in quel sorriso mi sono persa, rendendomi conto che tutto il mio mondo è in questa casa, con la mia famiglia.

Ti ho amata all’improvviso, o forse ero solo troppo occupata da non accorgermi che ti ho amata da sempre.

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